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storie di dentro“Creare una breccia nei muri del mondo penitenziario”. Lo ha detto Martino Rosati, presidente dell’ANM ionica, indicando l’obiettivo dell’incontro Storie di dentro, dentro le storie organizzato sabato 31 gennaio all’interno della casa circondariale Carmelo Magli di Taranto alla presenza di due autorevoli ospiti, il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo e la giornalista del Corriere della Sera Giusi Fasano. Non potendo portare il carcere in città, l’Associazione Nazionale Magistrati si è così fatta carico di portare la città nel carcere e al dibattito ha invitato le istituzioni civili e militari, le associazioni, tra le quali anche Libera, e gli studenti liceali e universitari. E, ovviamente, un nutrito gruppo di ragazzi detenuti.

Giancarlo De Cataldo, prima di diventare un affermato scrittore grazie soprattutto al suo fortunatissimo Romanzo Criminale, è stato nei primi anni in magistratura giudice di sorveglianza, a decidere ogni giorno pene e permessi per i detenuti. E nello spirito costituzionale, a riconoscere l’importanza della pena quale emenda ma anche e soprattutto quale mezzo di rieducazione del condannato attraverso la formazione e i lavori socialmente utili. Continua a riconoscerla De Cataldo, anche dopo il tradimento eccellente di un paladino dei redenti come Salvatore Buzzi, simbolo del riscatto capitolino prima e di Mafia Capitale poi. Continua a riconoscerla Martino Rosati, anche dopo il tradimento di Cosimo Orlando, il detenuto in semilibertà che, tornato a trafficare con gli stupefacenti, si è fatto ammazzare insieme alla compagna e al figlio di lei nella strage di Palagiano di un anno fa. I giudici non smettono di credere nella legge Gozzini e a dar loro coraggio intervengono le basse percentuali nazionali di recidive per i detenuti che sono stati seguiti nei percorsi di reinserimento. “Lo Stato dà i mezzi – ha detto De Cataldo – ma pretende volontà e impegno da parte del detenuto”.

Il giustizialismo dilagante è un fatto culturale, accentuato soprattutto dal ruolo che rivestono i mass media. E per Giusi Fasano “peggio di chi fa giornalismo pressappochista sono quelli che fanno le leggi sull’onda emotiva della gente”. Chiedere però alle vittime o alle loro famiglie di avere fiducia nel detenuto è quasi impossibile e forse nemmeno giusto. Lo sa bene Fasano, forte dell’esperienza che da venticinque anni la vede inviata del Corriere, sempre a contatto con storie difficili, con parti in causa portatrici ognuna delle proprie ragioni. “La pena non è mai troppa per chi subisce e mai troppo poca per chi viene condannato e questa – ha concluso De Cataldo – è una tensione irrisolvibile”.  

I detenuti ringraziano a fine incontro quando viene data loro la parola. Si dicono consapevoli di dover pagare per quello che hanno commesso, sono grati per le opportunità di formazione  e lavoro che vengono loro offerte. In carcere, dicono, si sentono protetti. Per Giusi Fasano “quando fuori non si hanno più punti di riferimento, familiari che li possano seguire e che si possano prendere carico della delicata situazione, è facile tornare a frequentare le vecchie compagnie, quelle sbagliate”.  Per Fatjon, 24 anni di origini albanesi, un uso corretto dei modi verbali da far vergognare uno studente italiano, il primo impatto con il carcere è stato negativo. “Ma col tempo – dice – ci si abitua”. Il primo permesso lo ha avuto dopo 4 anni di detenzione per reati contro il patrimonio. I 9 giorni di permesso a casa gli sono serviti a capire che la libertà ha un valore immenso “ma del quale ci accorgiamo solo quando l’abbiamo perso”.

La speranza che i detenuti ritrovino una propria dimensione sociale, dentro e fuori la cella, non sia confusa con l’indulgenza verso chi comunque ha commesso un crimine. Piuttosto serva a ridare dignità all’uomo e a concedere la possibilità di ravvedersi, di cambiare, di rieducarsi per il reinserimento nella società civile. Il Presidio di Libera di Mottola , insieme al coordinamento provinciale, si unisce all’appello rivolto dal magistrato Rosati al mondo politico affinché sia rivisto l’attuale sistema carcerocentrico in favore di misure di pena alternative alla detenzione. A imporcelo non è solo l’emergenza del sovraffollamento delle carceri ma è soprattutto la lungimiranza dei nostri padri costituenti che, pur reduci da crimini efferati e criminali senza appello, nonostante tutto, con l'articolo 27 hanno messo a dimora il seme della fiducia. 

 

In foto: Giancarlo De Cataldo, Giusi Fasano e Martino Rosati (foto Tbs)

 

Profilo Autore: Maya

L'Autore ha pubblicato 272 articoli finora. Maggiori informazioni su l'autore saranno presto disponibili.

Antonio Montinaro

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