marciadi Caterina Nicolini

Non ci sono più associazioni, non sono più “profughi”, ”immigrati”, ”clandestini”, non si cataloga più. Si riconoscono gli occhi che hanno visto, le storie vissute, le bocche che hanno urlato e raccontato, le braccia e i piedi che hanno percorso strade. Si riconoscono le persone. Questo il messaggio che simbolicamente ha voluto dare l’iniziativa “La marcia delle donne e degli uomini scalzi” attiva già in sessanta città italiane circa e che è stata attuata sulla battigia da Chiatona a Venti e da Venti a Chiatona l'11 settembre scorso dalle associazioni “Arci”, “Libera”, “Fit Walking”, “Pro Loco”, “Legambiente” ed “Ergo Sum” di Palagiano e “Legambiente” di Taranto. Questo perché non serve restare sconcertati, ammutoliti, indignati, dinnanzi all’immagine del cadavere di un bambino a riva del mare o versare lacrime, giusto il tempo di alleggerire le coscienze, al solo pensiero di un cimitero subacqueo se poi di concreto non si fa nulla. Se poi l’unica cosa concreta che resta sono i corpi senza vita. Persone in carne ed ossa con una storia alle spalle e una vita davanti. E spesso questo non viene riconosciuto. Si elenca, si enumera, si omologa, come se i nomi e cognomi non esistessero più. E allora questo l’appello del “corridoio umanitario”. Che “non si faccia di tutta l’erba un fascio” né positivamente e nemmeno negativamente. Ma si tenda una mano verso l’ignoto, che per quanta paura possa fare, è come il mare, a volte è agitato, ma altre volte ha cosi tanto da offrire.

Profilo Autore: Maya

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