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di Marica Todaro

tedescopiccolo“Avevo solo 8 anni quando la mattina del 3 ottobre mi alzai svegliato da una insolita confusione in casa. Chiesi a mia madre cosa fosse successo. La gente che era accorsa urlava L’hanno ammazzato! L’hanno ammazzato! D’istinto mi avviai verso la finestrella che dava sul cortile interno del palazzo ma mi impedirono di affacciarmi. A terra c’era ancora il corpo di mio padre”.
È il 1989, Taranto è straziata dalla faida nata in seno al clan dei Modeo che miete vittime anche tra gli innocenti. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre si odono degli spari in via della Liberazione. Teresa è in casa insieme al piccolo Alessandro ma non si accorge di nulla. Suo marito, Giovanbattista Tedesco, originario di Montecalvo Irpino, un passato da carabiniere, dalla metà degli anni ’70 presta servizio nella vigilanza dell’ex Italsider, allora industria di Stato. Distintosi per rettitudine e spirito di servizio, è stato promosso capoturno con il compito di controllare le portinerie, sia quelle riservate al transito del personale sia quelle per il transito delle merci.
Giovanbattista ha deciso che quella sera farà lo straordinario ma alle sei del mattino successivo, quando anche la fine del secondo turno è ormai passata da un pezzo, non è ancora rientrato. Dalla finestrella del ripostiglio Teresa riesce a intravedere l’auto del marito, una Nuova Giulia Super 1300 azzurra. Allarmata, avverte una vicina di casa e insieme scendono in strada. Giovanbattista è a terra, i killer lo hanno sorpreso con due scariche di pallettoni sparate da una decina di metri. È un agguato in piena regola, per la particolare efferatezza e il chiaro stampo mafioso l’omicidio suscita una indignata reazione da parte dell’opinione pubblica.
L’idea degli inquirenti, coordinati dal Sostituto Procuratore Vincenzo Petrocelli, si focalizza da subito sulla possibilità che Tedesco, nell’espletamento del suo lavoro di vigilante, abbia scoperto qualche grosso affare illecito all’interno dell’Ilva. Già un dirigente dell’impianto siderurgico addetto al controllo delle discariche collegate all’Ilva era stato oggetto di un atto intimidatorio. Ma a complicare le indagini c’è il muro di omertà che continua a crescere in città. Dalle indagini era emerso che più volte il capoturno aveva ricevuto diverse minacce. La chiave del delitto doveva nascondersi proprio all’interno dell’Ilva.
E infatti nei mesi successivi una serie di ritrovamenti permettono di scoprire un traffico illecito di ghisa fatto transitare come materiale di risulta fuori dall’Ilva. Le indagini portano alla ItalferroSud, ditta appaltatrice gestita da un prestanome di Antonio Modeo, detto il Messicano, latitante condannato nel 1986 per associazione mafiosa. Ma l’invalicabile muro di omertà non consentirà agli investigatori di andare oltre. A Giovanbattista Tedesco, per il quale fino ad oggi non è stata fatta giustizia, va il merito di aver scoperto il cordone ombelicale che collegava l’imprenditoria delinquenziale tarantina all’imprenditoria siderurgica pubblica. L’intransigenza di Tedesco aveva dato fastidio a chi invece sulla connivenza del sistema di vigilanza aveva fondato un vero e proprio traffico illegale.
Giovanbattista Tedesco viene riconosciuto vittima di mafia con decreto del ministero dell’Interno il primo aprile del 2009. Secondo la relazione della Commissione antimafia, Tedesco venne eliminato perché contrastava, con rigore e decisione, le imposizioni della Sacra Corona Unita che tentavano di imporsi alle acciaierie di Taranto.

Profilo Autore: Maya

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